La neve sporca

 

Dopo. Ammucchiata in un piazzale o aggrappata ai marciapiedi, sorprendente in un posto qualunque purché in ombra e resistente a quei primi caldi speranzosi e spietati come adolescenti. La indovini dai rivoli in cui si trasforma, sotto una coltre di quello sporco prosaico che siamo noi quando scarichiamo nell’aria e sulla terra quanto resta del consumo di strade, di case e di cose. Com’è triste, a prima vista, la neve sporca: è disincanto e sospetto che ogni magia sia falsa, come il trucco su di una pelle raggrinzita, come svegliarsi al mattino dei giorni brutti e difficili, come la domenica del leopardiano villaggio in cui il dì di festa è smascherato per quello che è: la fine delle attese. L’inganno.

Prima. Non più plumbeo di tempesta né così terso da far corona al capo del re sole, un cielo bianco cotone aveva dedicato una delicata punteggiatura di piccoli tocchi delle sue dita ad una terra che attendeva tenerezza e giustizia. E la neve soffice e tenace tutto aveva coperto e tutti, rivelando come in sogno il lato uguale delle cose che è il loro poter scomparire da un momento all’altro, senza che questo sia già accaduto del tutto. Erano rimaste le differenze, e anzi le volevi ancor più intensamente nel loro concerto di curve e profili in cui sprofondare carezzandole, in una sorta di dantesco indiarsi di tutte, quelle cose. L’incanto.

Il prima e il dopo. L’incanto e l’inganno. È questa la parabola, semplice e discendente, di tutto ciò che tende a un punto, del senso della storia e degli amanti? È la vittoria del verso di R.M. Rilke sulla potenza fragile dei baci appassionati?

Gli amanti, lo vedi, non sanno / che un bacio rovina l’incanto / che allora comincia l’inganno.

Se è l’istante prima a contenere già tutti gli istanti dopo; se per questo Giano Bifronte, che è l’istante stesso, il dopo è sempre inganno dell’incanto di prima, quale speranza può abitare il tempo e l’amore, il tempo dell’amore,  senza condannarlo a esser cieco? Quale soglia varcare senza capitare così negli inferi del disincanto?

Avvicinarci al cumulo di neve sporca che sembra non poterci più attrarre, carezzarne la crosta incatramata fino a scoprirne il candore di prima e con esso, ancora una volta, l’incanto; riscrivervi sopra con le dita perché l’istante dopo diventi il tempo di una nuova attesa, in cui gli amanti tornino a sognare il loro bacio, la storia il suo senso pieno, la terra la neve; sapere che l’inganno delle scorie grigie è da noi che nasce, non dal cielo né dal destino della neve stessa; aprirsi, come Qoelet, a vivere ogni istante per ciò che è, noi come siamo, abituando il cuore alla sofferenza e alla speranza nascoste insieme nelle attese che finiscono: perché lì, nell’istante dopo, è lo spazio dell’inganno come dell’incanto di nuovi baci, e nuova neve.

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Natali

Che abbiamo a che fare con la morte solo per approssimazione ci è abbastanza noto, come suggerisce Epicuro in poche ed efficaci parole: quando ci siamo noi lei ancora non c’è, e quando lei giunge non ci siamo più noi. Neanche il tempo per le presentazioni, tentiamo di acchiapparla e lei ci sfugge; e noi con lei.

         Non così ricorrente è il pensiero di quanto ci sfugga l’altro confine dei nostri giorni, quello da cui tutto inizia: non siamo padroni del nostro nascere non solo per non averlo deciso (ce lo ricordano i versi di Jim Morrison scolpiti su tanti diari adolescenti non volevo nascere / e sono nato) ma anche per l’impossibilità di quella particolare forma di appropriazione di noi stessi e della nostra identità che è la memoria. Per una salutare strategia conservativa cancelliamo il ricordo traumatico dell’abbandono di quel nostro primordiale brodo di giuggiole che è stato il grembo materno. E non ci è dato di riascoltare il nostro primo respiro come invece ricordiamo il profumo della conserva della nonna o dello zucchero filato, di riudire il nostro primo vagito come invece accade per la prima rocambolesca dichiarazione d’amore (fatta; chi mai l’ha ricevuta? e fatta invano, per lo più) o di riassaporare il primo invitante colostro così come il critico Ego di Ratatouille si rituffa nel piatto di verdure provenzali cucinato da una premurosa mamma. Ci sfugge la sofferenza costata a una donna nel metterci al mondo, la trepidazione del suo primo abbraccio odoroso di pelle e sudore buoni, lo sguardo curioso e indagatore di somiglianze dei parenti, le lenzuola profumate di culla.

Salvo inferirlo a partire dal fatto che siamo vivi, sappiamo del nostro nascere solo grazie a chi ce lo attesta: nel racconto di chi c’era, nelle immagini ritratte, nei documenti dell’anagrafe e nella celebrazione delle ricorrenze. Nascere è un’esperienza tutta nostra della quale però possiamo appropriarci consapevolmente solo con la mediazione di altri. Può capitare, amaramente e tragicamente, di morire soli; ma non si nasce mai soli: c’è sempre, almeno (e non è poco) una madre e un posto in cui si viene al mondo.

Chi ci rammenta la nostra nascita fa memoria del nostro esistere, custodendo il ricordo del nostro venire al mondo si coltiva la dignità di ciascuno di noi. E allora ringraziamo gli amici che ci hanno raccontato di Samb Modou e Diop Mor, nati in Senegal un certo giorno e tanti giorni prima di essere assassinati dalla follia razzista di una triste persona, armata dall’odio di idee poco tolleranti e tollerate troppo; e comprendiamo che il Caro Leader nordcoreano Kim Joing Ill sia nato ad una incerta data di 69 anni fa o giù di lì, dato che i superpoteri personali si fondano sull’ineffabilità delle stesse persone e non hanno bisogno che qualcun altro li custodisca; e leggiamo così i prodigi intorno alla nascita di Siddartha, Gesù, il Profeta, tutti lì – elefanti bianchi e cori angelici – a scolpire nel racconto un momento destinato ad essere ricordato per come, con quella nascita, è rinata la storia stessa.

 Certo l’Eterno, quando voglia sperimentare il brivido della storia, potrà concedersi qualche cosa in più: scegliersi la madre più bella, suggerire il nome che vuol che gli si dia, contornarsi di effetti prodigiosi data la caratura del personaggio in arrivo. Ma per entrare davvero in quella storia a cui intende conferire un senso dovrà pur sempre curvarsi e nascere sotto una buona stella, soprattutto non potrà che apprendere di sé dalla voce di altri: certamente almeno (e non è poco) da una madre, forse anche da un padre, e un asino e un bue

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La prospettiva degli angeli

2 ottobre: è, insieme alla festa dei nonni (istituita a suo tempo da un presidente della repubblica-nonno), anche la festa degli angeli custodi. Per quanto riguarda i nonni oggi è sicuramente cambiata non solo, fortunatamente, l’aspettativa ma anche la prospettiva di vita: i vecchietti accanto al focolare nella casa che sa di stantio, con la coperta sulla sedia a dondolo e un po’ di giochi del tempo che fu capaci comunque, sempre, di accendere la fantasia dei nipotini, hanno ceduto il passo non solo ai giovani-dentro da crociera e da balera, ma anche ai post-anziani hi-tech capaci di reggere il passo dei nipoti 2.0 e con loro interagire tanto su di un pavimento reale quanto su di una piattaforma virtuale. Moderni angeli custodi dei nipotini e del trantran settimanale delle loro famiglie.

È forse tempo allora di operare un cambiamento di prospettiva anche sugli angeli. Ci aveva provato a suo tempo lo Stilnovo, cogliendo la potenza dello sguardo dell’innamorato nel trasformare la donna amata in angelo (che poi è lo sguardo dell’innamorato di tutti gli evi); più proiezione che prospettiva però, come ci avrebbe chiarito in seguito Freud o qualcuno da quelle parti. E poi, dice amaramente qualcuno, passa presto…

Ci aveva provato alla fine degli anni Ottanta il regista Wim Wenders gettando lo sguardo al cielo sopra Berlino e, di qui, a Berlino sotto il cielo; Damiel e Cassiel, angeli custodi della memoria del passato e del presente, osservavano con i soli toni del bianco e del nero (e dunque molto, molto grigio) le fatiche degli umani in piena guerra fredda fino ad intuirne i sentimenti: la fatica di vivere, l’impotenza di fronte al male o l’emozione di un volteggio sui trapezi. Fino a scegliere, come nel caso di Damiel, di cadere dalla propria condizione per farsi umano e così sperimentare il dolore e l’amore, la musica e soprattutto il colore.

Oltre quella dello sguardo angelicante e un po’ gelatinoso, oltre quella dell’angelo che si fa uomo per sperimentare la vita umana nelle sue emozionanti pieghe, esiste anche un’altra possibile prospettiva: quella dell’uomo che si fa custode dell’altro e diviene – inconsapevolmente – angelo. Angelo è ciascun essere umano quando incontra un senso ed uno scopo alla propria vita nel custodire: non tanto o non solo l’incolumità dell’altro, ma il bene che è in lui o in lei; perché ciascuno è un groviglio di cose buone e non buone, senza scomodare l’angelo (guarda un po’…) o la bestia pascaliane. L’uomo custode sa che dipende pure da sé il fatto che l’altro le esprima, quelle potenzialità buone o meno; che le persone sono fatte di sfumature, non etichettabili in prima battuta né riducibili alle proprie aspettative; che le sorti dell’altro, da qualsiasi parte del pianeta si trovi, sono legate al proprio modo di custodire o consumare il mondo; e che la stessa felicità di cui ciascuno ha sete necessita di un custode della sua acqua buona. Forse allora l’antica preghiera dell’angelo custode è riscrivibile invocando su di sé la capacità di offrire uno sguardo luminoso all’altro, di custodire il bene di cui l’altro è portatore, di sorreggerlo ed accompagnarlo nella precarietà, con la consapevolezza che in tutto ciò non vi sia niente di eroico o miracoloso ma che questo sia semplicemente, autenticamente, l’umano.

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La pagella

La pagella nessuno ormai la vede più, chiusa in un fascicolo che sta altrettanto chiuso in un archivio, a sua volta chiuso a scuola: insomma, sa di chiuso, per quanto la immaginiamo aperta e fresca come i primi giorni d’estate quando il campanello annuncia l’ultima prova antincendio o, se Dio vuole, la fine di ogni reclusione scolastica. A volte nemmeno il suo surrogato che l’istituzione spedisce a casa nessuno la vede, specie i genitori di alcuni dei più sfortunati: sfortunati allo studio ma fortunati nelle intercettazioni. Non la si vede più, è colpa dell’elettronica biascichiamo in tanti sibilando, attraverso la dentiera che un giorno sarà, la rabbia non tanto contro il cielo del progresso quanto contro le terrene connessioni che a volte sono lente, a volte invece proprio non funzionano.

Se anche esistesse, quella cartacea, potrebbe non sembrare il più importante pezzo di carta della scuola. Ci sono quei bigliettini micro che fai nei cambi d’ora quando sembra di entrare nel laboratorio degli elfi di babbonatale: non per tenerli durante la verifica dell’ora dopo, dici, ma perché ti aiuta a ripassare mentre lo prepari. E l’insegnante a dover decidere in un nanosecondo se avvallare quella che potrebbe essere la madre di tutte le ingiustizie che compirai nella vita (“è tutta colpa della scuola” si dirà un giorno) o se invece considerare che anche questo è spirito adattivo mediante le arti concepite dall’arto cerebrale; magari limitandosi ad una generica soffiata al collega (“gran bastardo” si dirà un giorno; ma tant’è, in quel giorno come in tutti i giorni ci sarà sempre qualcuno che dovrà dire qualche cosa). Ci sono poi i bigliettini che girano al sabato con la cartina per arrivare alla festa, che puntualmente si trova nella casa in campagna in fondo alla seconda stradina dopo la cappella e l’ennesima fotocopia te l’ha cancellata, e tu davanti ad una cancellata ci arrivi quella sera, ma è tutto buio e due mastini ti accolgono a denti digrignati. C’è poi la carta igienica. Anzi non c’è, non perché sia indecoroso parlarne ma perché per qualche ragione contabile o di capitolato proprio non la trovi (non la cercherai nel bagno degli insegnanti, recita il comandamento, perché la contabilità arriva fino lì).

Non la vediamo più, ma sappiamo che è piccola la pagella: lo dice il nome stesso, o meglio ce lo dicono i latinisti che con il loro gusto di mettersi tra i nomi e le cose ci ricordano quanto siano importanti i nomi. E le cose soprattutto. È piccola come Davide, ed i suoi colpi sono ugualmente capaci di annientare il gigante GOLIA. Non sempre precisi: un anno di epiche fatiche vanificate da un cinque, nove mesi di furba nullafacenza (otto, via) premiati col sei; e poi il dieci che salta fuori come un coniglio dal cilindro, il quattro e cinquanta arrotondato a quattro per far capire che sei davvero bocciato, aiutino-sì aiutino-no come nella terra dei cachi scolastici. A volte però ci azzeccano: in quel 6/7 (che razza di voto però, specie se lo dici a parole “dal sei al sette”, che ogni filosofo da Zenone in poi sa benissimo che non ci si può arrivare dal sei al sette senza sprofondare nell’infinita divisibilità), in quell’otto meno, ci sono migliaia di pagine il cui attraversamento prende forma, schemi e ripassi che sembra siano serviti a qualche cosa.

Eccoci al dunque. Piccola pagella ma grande rischio: che l’importante sia solo la quantificazione del risultato, la pretesa di esattezza, la tentazione del giudizio sulla persona, il confronto dei voti (lo facciamo tutti fin da piccoli, allievi insegnanti e anche qualche genitore…). E allora? La pagella non è tutto ma è qualcosa; non esaurisce tutto ciò che sei, ma c’è qualcosa di te dentro. Proprio come fanno in generale i numeri: non coincideranno mai con il mondo delle cose, ma ti diranno sempre quali sono i loro confini e la loro tendenza all’in-finito, le loro relazioni, la necessità e l’ipotesi, l’assurdo e l’assoluto.

Un giorno la prenderai in mano quella pagella e di essa resterà lo sguardo che hai imparato sul mondo, la fatica la lotta le soddisfazioni e gli affetti che nella scuola ti sono toccati. La prenderai in mano perché, alla fine ma solo alla fine, la scuola quella piccola pagella cartacea te la darà. La cartina esatta della festa, come invece avrai capito, no.

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Riposino in pace

Ditemi che Obama ha vinto il nobel per la letteratura, per come ha raccontato con mirabile lucidità la fierezza viscerale di un popolo che sazia il dolore per le proprie vittime vendicandolo con il sangue fiottante dal foro in testa del mandante della loro strage; o per come si è inventato la morte di Osama per poter accompagnare in occidente quel grumo di odio e livore, a vedere come anche negli States ci sono uomini e donne che discutono, amano, si affezionano, progettano la vita. Non ricordatemi per favore il suo nobel per la pace, perché la pace si costruisce mediante diritto e giustizia e non epurando spudoratamente il mondo dai cattivi, così come capita, senza nemmeno l’ipocrisia di chi ci prova, a catturarli e processarli.

Non ci provate a chiamare buonismo quella ricerca di una giustizia più giusta: quella giustizia che nella storia si è faticosamente fatta strada con i tribunali prima che nei tribunali, e che ancora fatica a fecondare l’ultimo ambito selvaggio che è la scena internazionale. Chi accetterebbe – fuor di viscere – la vendetta all’interno di uno stato di diritto? Si può capirla, attenuare la responsabilità del vendicatore sulla base di uno stato emotivo compromesso, ma gli stati che sono istituzioni troppe emozioni non se le possono permettere, il loro diritto giusto fissa confini razionali obbligando a doveri e promuovendo diritti.

Nella notte del diritto internazionale e nel buio di una giustizia che ancora una volta non sarà offerta alle vittime né ai carnefici, la morte di Osama inchioda quest’ultimo alle stragi compiute senz’altra possibilità, inchioda le vittime alla vendetta senza offrire loro la giustizia di chi riconosce di fronte ad esse il male loro inferto, trovando forse un giorno anche le ragioni per chiedere e dare perdono; ed inchioda noi, spettatori, al coro di cantanti contenti per la morte di un uomo e per questo un po’ più morti dentro, o alla gradinata dove siedono schiere di disillusi e disincantati rispetto alla pace.

Non c’è pace in tutto questo. Almeno requiescant, in pace.

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di passaggio… buona Pasqua!

Ogni festa nasce come celebrazione di un passaggio. La festa di Pesach (Pasqua) nasce per celebrare il passaggio di Israele tra le acque del Mar Rosso ossia dalla schiavitù alla libertà, o nella sua risignificazione cristiana da quella schiavitù dell’essere e dell’immaginare che è la morte alla libertà da ogni minaccia radicale del senso promettente dell’esistere. La festa di Pesach non è un passaggio, ma la madre di ogni passaggio di vita, alla vita, ad una vita più piena. Buon Pesach allora

a te che passi qui i tuoi giorni,

a te che stai passando la frontiera,

a te che passi da un lungo inverno alla prima primavera,

a te piccoletto che presto muoverai i primi passi,

a te che non ti passa mai, né la scuola né il resto,

a te che passi senza che io me ne accorga,

a te che passo senza che tu te ne accorga,

a te che le offri sempre un passaggio e speri che sia il primo di una lunga serie,

a te che pensi che il passato non debba mai tornare perché ancora oggi lo temi,

a te che resti inchiodato al tuo passato senza poter vivere il presente e aspettare un futuro,

a te che preferisci la passata di pomodoro perché quello intero è ancora da pulire,

a te che vedo fermo ad aspettare di fronte al passaggio a livello,

a te che vedo sfrecciare in treno mentre aspetto al passaggio a livello,

a te che sei passato a miglior vita. Sperando che sia migliore…

a te che passi il tempo sapendo bene il come, meno il perché,

a te che sei di Passatore anzi del Passatore,

a te che ti fidi solo del passaparola,

a te che passi con disinvoltura dal lei al tu e ritorno,

a te che tutto passa…

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Karma

 

Si sostiene spesso, ed a ragion veduta, che a noi occidentali – che poi abitiamo ad est dell’est – le profondità del pensiero orientale restino inaccessibili; ci sono però delle idee che attraversano spazi geografici, mappe mentali e secoli di sedicente progresso: il karma è una di quelle.

C’è chi lo identifica con il destino, soprattutto quello che prende la forma della sfiga e lo chiama karma negativo; ma anche con le buone cose che capitano - lo chiama karma positivo – alla stregua dell’avverarsi di uno di quegli oroscopi felici che brunovespa&co. propinano a fine d’anno. Perché di fondo ci sembra importante riconoscere all’opera sotto la traccia dei nostri giorni una forza superiore che tutto attraversi, un superteste dei nostri entusiasmi e delle nostre lacrime, in ogni caso una quadra che dia unità ai frammenti che vediamo e che siamo.

C’è chi intende un karma che affonda le radici in null’altro che noi stessi e nel nostro passato remoto o recente, ed ecco riaffacciarsi i sempiterni discorsi di colpa e merito. Che si tratti di vite precedenti  (è il karma declinato secondo il samsara, il ciclo indiano delle rinascite) o di quanto combinato da piccoli o un po’più cresciuti, il karma viene a costituire la sanzione, il premio o la pena secondo un’atavica idea quantitativa di giustizia superiore ed impersonale: un’ineffabile bilancia che garantisca il ragioniere che c’è in noi circa il fatto che i conti tornano, che troppo male non resti impunito e che quel po’ di bene sia servito a qualcosa.

 

Idee e simboli karmici attraversano tutte le culture e per ciascuno di noi costituiscono una confortante tentazione: attribuire tutto ad altri, o troppo a noi stessi, in ogni caso cercare un ordine che giustifichi le cose… In realtà c’è molto di meno o molto di più a seconda di come la si metta: qualcosa di ciò che decidiamo e facciamo incide davvero sui nostri giorni plasmandone la forma, e tuttavia nessuno può illudersi di essere l’artefice di sé o l’inventore da zero di qualche cosa. È poco ma non è nulla, il karma così come lo vogliamo qui intendere.

Forse il karma negativo del tuo coetaneo libico o afghano non affonda le sue radici in passate esistenze ma nelle resistenze che in passato chi poteva non ha voluto opporre ai falciatori di vite e diritti; forse il karma che condanna batterie di galletti e maiali a vivere magri di soddisfazioni per morire grassi di  tedio non dipende da loro colpe in vite passate ma dalle alterne miserie ed obesità dei loro simili umani.

Ecco, forse il tuo karma buono è nell’angolo di prato dove hai deciso di accompagnare il tuo libro di scuola perché lui possa parlarti e tu, almeno una volta, ascoltarlo. Forse, e lo spero davvero, il tuo karma buono è in quel vestito colorato e leggero che hai scelto perché ti ridisegni la vita. O almeno qualcuno dei suoi giorni.

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E se per un giorno…

Semel in anno licet insanire, una (sola) volta all’anno è lecito dare di testa.

In tempi di magra era il giorno di grasso consentito prima della quaresima, perché non ce n’era e perché non era bene abituarvisi. Nel tempo dell’opulenza quasi ci schifa un martedì grasso e sogniamo piuttosto uno slim day.         In tempi di rigidi e gerarchici poteri era la festa dei folli, quando l’ultimo dei poveracci era fatto re ed il re diveniva uno tra i tanti; sempre solo per un giorno, perché pure qui non era bene abituarvisi. Nel tempo della fantademocrazia pseudorappresentativa, in una mano la matita non-copiativa del seggio e nell’altra il telecomando che spalanca un codice di televoto, vorremmo non ritrovarci gli stessi nomi e gli stessi volti di qua e di là, liste bloccate come i palinsesti, e dover sperare che siano i comici a salvare il mondo.       In tempi di pochi padroni del mondo era la sfilata dei carri allegorici tra due ali di un pubblico che ne dileggiasse i difetti (per un giorno non fa male, come sapeva Cesare celebrando i suoi trionfi). Nel tempo in cui i poteri forti diventano l’allegoria di se stessi, con vecchietti mascherati da intrattenitori di ragazzine,  ragazzine mascherate da compagne di serate (c’è la crisi), palazzinari e paparazzi sciacalli mascherati da pentiti giusto il tempo della custodia cautelare per non inquinare le prove e poi tutti ai domiciliari con il telelavoro che fa girare comunque gli affari; in questo tempo, vorremmo immaginare capitani d’industria, di finanza e di stato un po’ più giovani e soprattutto capaci del colpo d’ala nel tempo a breve scadenza del loro mandato e poi via a giocare con figli e nipotini (quelli veri). Una cosa normale, da non costringerci alle solite barzallette.

Che farcene allora di un martedì grasso? Resta la stessa speranza che anima la festa ebraica di Purim, che un giorno le sorti saranno rovesciate come per gli ebrei in esilio e in particolare per Mardocheo: vittima designata alla forca dall’astio del primo ministro Amman, la sorte fa sì che con questi scambi il posto ed il destino. Una sorte che assume il volto della nipote Ester, eroina biblica connotata da magnifica bellezza. Risparmiamoci oggi, 8 marzo, la prima parte del libro di Ester: selezionata con tanto di fase regionale e nazionale, giudicata per una notte nel talamo del sovrano (che aveva ripudiato la prima moglie per non essersi presentata a mostrare la sua grazia – proprio lei, Sua Grazia! – ad un festino di ministri avvinazzati), e soprattutto persuasiva con il re grazie al più classico dei finti svenimenti. Non proprio il manuale dell’emancipazione femminile.

Eppure, come per il folle-sapiente Schlomo nella scena finale del film Train de Vie che alla festa di Purim si ispira, anche solo un giorno con un po’ di immaginazione al potere e un po’ più potere di immaginazione può consentire la speranza e la lotta per migliorare le umane cose. Un giorno in cui l’aguzzino sia costretto dietro le sbarre sorvegliato dal prigioniero, un giorno in cui il cuoco che butta lì le cose mangi la minestra riscaldata dalla vecchietta senza denti, un giorno in cui l’amante sfregoloso/a assapori la routine della vita del partner e questi l’ebbrezza della tresca con il suo/la sua, un giorno in cui l’operaia dei turni sulle linee delocalizzi il general manager e temporalizzi i suoi affetti, un giorno in cui il celebrante continui lui, sì, a lavare i piedi – perché anche questo è celebrare il mistero – ma non solo quelli selezionati e puliti del giovedì santo. Se fosse anche solo per un giorno…

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Pietre d’inciampo

Stolpersteine. Ovvero “pietre d’inciampo”, nel teutonico idioma dello scultore G. Demnig che le ha ideate e posate, oltre che in altre città d’Europa, anche a Roma. I greci avrebbero detto “pietra dello scandalo”, poiché per loro “scandalo”significava appunto “inciampo”; e nella vita c’è da imparare a scandalizzarsi per le cose che meritano, altrimenti lo scandalo scade dall’etica all’etichetta e via ad occuparsi degli inciampi tra le lenzuola di uomini e ominicchi: non che sia tutto ‘sto edificante vedere vecchietti assoldati dallo stato per governarlo, che per non sentirsi soli nelle loro stanze lustre e piene di quadri stipendiano donne nate un quadrato di lustro (moltiplicato x 2) dopo di loro. Per carità, niente di illegale, solo tanta pubblica tristezza…

Ma lo scandalo interiore deve spendersi per quello che accade quando, tutti distratti dal timoniere, dalle sue feluche e fanfaluche, nella stiva milioni di persone siano svuotate di umanità: chi come vittima chi come carnefice. Com’è accaduto, come può sempre accadere.

Le stolpersteine sono pietre nate per far inciampare l’attenzione di chi percorre abitualmente le solite vie, ricordando che lì un tempo vivevano donne e uomini poi deportati e condotti al macello nazista, ricordandoci per che cosa valga davvero la pena di scandalizzarsi: di case di cose e di affetti abbandonati al furore di uomini stivali e cani parlanti un’altra lingua, nel volgere di un’alba; di delazioni e denunce anonime, di sguardi rassicurati, indifferenti, quando non cinici o sadici da dietro le persiane chiuse; di vite un tempo promesse ed ora stipate in un carro bestiame, in una camera di morte, in una fossa, infine nel vento…

Le stolpersteine vogliono sottrarre al vento questi nomi per incastonarli nella terra; trarre dalla fossa le ceneri affinché restino, per sempre, solide come il porfido; restituire ai cumuli di volti sepolti nel buio di carri bestiame e camere a gas la brillantezza della loro unicità.

Le stolpersteine scolpiscono in noi l’idea di quanto sia facile calpestare delle vite così come i cubetti di porfido della strada, senza quasi rendercene conto; quanto fu facile un tempo e quanto lo sia ancora oggi, se non per cattiveria legalizzata almeno per l’indifferenza. Perché troppo occupati a creare e smontare gli scandaletti di un belpaese, perché comodi a guardare da dietro le persiane, perché l’altro in fondo non sono io e poi che diamine, mica si deve sempre trovare un perché… ma lasciare che altri tra mezzo secolo si interroghino sui morti per fame, annegati negli stretti, disidratati nei deserti in fuga da conflitti e povertà, che altri ricordino e spieghino perché, ponendo nuovi segni di un tragico ricordo questo no, non è un modo autentico di fare memoria oggi. Non farebbe bene ai vivi, non lo tollererebbero i morti. Un’ulteriore, pesante pietra dello scandalo.

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A

 A come Africa. A. parte stasera per il Congo, chi appena l’avesse osservata con occhio curioso ed anche un po’ affettuoso già poteva sapere che sarebbe andata a finire così – o meglio che così sarebbe iniziata – perché anche sui banchi di scuola si sogna la vita, magari non è qui che tutto comincia ma è anche qui che le cose si incubano, si mettono alla prova, si forgiano e consolidano. A volte purtroppo crollano anche, che è poi un modo di costruirne altre.

A come aereo e come ali, perché A. vola: verso l’altro che l’aspetta per essere la sua gioia , verso tutti quegli altri che per ora sono anonimi come tante a ma che presto si riveleranno nei loro volti che domanderanno, sorrideranno, urleranno, spalancheranno gli occhi.

A come attesa, perché A. di mestiere fa nascere i bimbi, accompagnando per mano tante madri in quel passaggio di travaglio e meraviglia che è la madre di tutte le attese.

A come alternativo, lo sguardo sul mondo che come A. occorre avere per capire che la diversità dell’altro è almeno tanta quanta la nostra, e che in ciascuna c’è un valore aggiunto ed un bisogno di incontro; e che forse, se aspettiamo un momento prima di giudicare, avremo già imparato un altro modo di essere.

A come allegria, perché occorre il lanternino a chi voglia trovare sul viso di A. la rabbia, la tristezza, la competizione.

A. è passata a trovarci prima di partire, ha rivisto la sua aula (ma non era la A), ha incontrato un po’ di noi popolazione che nella scuola ci resta, un po’ di studenti di passaggio come lei  che l’hanno ascoltata immaginando forse il giorno in cui anch’essi potranno dire di aver trovato la stessa motivazione nel perseguire un progetto, quale che sia.

Allora auguri A., allieva audace abituata ad accedere ad altitudini ardite avanzando ampie aspettative, acconsenti ad abbracciarci aspettandoti!

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