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Per quanto riguarda il materiale informativo, l'utilizzo è stato gentilmente concesso dal SERT dell'Azienda Sanitaria Locale 5 di La Spezia, nella persona del dott. Ricci, pubblicato sul sito che invitiamo a visitare per ulteriori approfondimenti, visto che ci è sembrato particolarmente chiaro e di agevole consultazione. www.ausl5.la-spezia.it
Gli psicofarmaci
Gli psicofarmaci si distinguono in alcune grandi categorie
: ansiolitici e ipnoinducenti, antidepressivi, neurolettici. I farmaci ansiolitici e ipnoinducenti
La storia
L’introduzione in terapia delle benzodiazepine (BDZ)
all’inizio degli anni '70 ha portato ben presto ad un
progressivo aumento delle prescrizioni ad uso sanitario di
tali sostanze, sia da parte del medico generico che dello
specialista psichiatra. L’efficacia delle BDZ nelle più
varie condizioni di ansia, il loro buon effetto ipnoinducente,
la buona tollerabilità, la bassa tossicità e la scarsa
interazione con altri farmaci sono, indubbiamente i motivi
principali di questo successo clinico e commerciale. A partire
dalla metà degli anni '70, una serie di studi, stimolati
dalla diffusione del consumo di queste sostanze, hanno
incominciato a valutare sistematicamente le conseguenze
cliniche dell’abuso, dell’uso scorretto, della dipendenza
farmacologica e dei problemi connessi alla sospensione del
trattamento.
L’assunzione di BDZ, se necessaria, deve essere fatta sotto
controllo medico. L’uso di tali farmaci deve essere
accompagnato da un adeguato sostegno morale e/o amicale, dal
supporto sociale e familiare. E’ sempre importante non
miscelare BDZ con altre sostanze o alcol, perché gli effetti
dei primi vengono potenziati. Se si usano BDZ e poi si vuole
interrompere, è necessario farlo con gradualità, la
temporanea sostituzione può essere fatta con basse dosi di
neurolettici sedativi, o, in casi particolari, con dosi
inferiori di BDZ la cui emivita sia più lunga.
Le BDZ hanno sostituito i barbiturici nella terapia della
sintomatologia d'ansia nei primi anni '60. Oggi infatti i
barbuiturici non sono più usati a questi fini terapeutici,
mentre ancora se ne fa uso nella terapia dell'epilessia (Gardenale)
e nell'induzione dell'anestesia (Pentothal). I barbiturici e
il relativo abuso costituisce un pericolo molto grande.
Fortunatamente la prescrizione e la disponibilità dei
barbiturici sono oggi molto più limitate rispetto alla prima
metà del nostro secolo. Aspetti clinici (BDZ, barbiturici)
La classe dei sedativi ipnotici comprende
oltre gli ansiolitici (benzodiazepine, BDZ) anche i
barbiturici. Alcune di queste sostanze sono inserite in Italia
nelle tabelle ministeriali III e IV (legge 309/90, disciplina
delle sostanze stupefacenti) e richiedono una ricettazione
medica particolare.
I sedativi ipnotici sono utilizzati terapeuticamente nel
trattamento di: ·
ansia
e depressione (BDZ) ·
ipertensione
(BDZ) ·
epilessia
(barbiturici, in particolare Gardenale) ·
insonnia
(BDZ) ·
tensione
muscolare (BDZ) Sono
utilizzati anche in pre-anestesia e in anestesia, possono
ritrovarsi associati con altri farmaci come gli analgesici. La
somministrazione avviene usualmente per via orale, in forma di
compresse, alcuni sono assunti sotto forma di sospensione
liquida. Sono inoltre disponibili anche forme iniettabili. Gli
effetti dei sedativi ipnotici consistono in una generale
depressione del SNC, del sistema respiratorio e del sistema
cardio-vascolare. In alcuni casi tali sostanze inducono una
reazione d’ira, durante la quale la persona diventa violenta
e imprevedibile. Per
quanto riguarda il problema dell’abuso e del cattivo uso
delle BDZ è opportuno sottolineare che il concetto di abuso
di un farmaco è essenzialmente legato atre situazioni: 1.
il
suo utilizzo al di fuori di situazioni terapeutiche 2.
il
suo utilizzo a dosi nettamente superiori a quelle prescritte o
terapeuticamente necessarie 3.
il
suo utilizzo per periodi di tempo indefiniti e comunque non
rapportati alle necessità terapeutiche
Queste tre condizioni possono verificarsi nel caso del BDZ con
diversa incidenza. La prima possibilità è molto rara e si
osserva generalmente in un contesto di abuso di più sostanze.
Più frequente, ma moderatamente, è il verificarsi della
seconda possibilità; la terza possibilità avviene più
frequentemente quale conseguenza di interventi terapeutici mal
programmati.
La loro capacità di diminuire l’attività del SNC,
accompagnata da un effetto depressore dell'attività
respiratoria, è dipendente dalla dose assunta. La tolleranza
ai sedativi ipnotici si sviluppa dopo un prolungato uso
quotidiano; la tolleranza agli effetti psicoattivi si sviluppa
più rapidamente rispetto a quella verso gli effetti
depressivi, tanto che gli abusatori cronici possono ingerire
una dose letale, nel tentativo di ripetere gli effetti
gratificanti della sostanza.
Il danno prodotto da queste sostanze viene notevolmente
aumentato se sono assunte da soggetti con una cronica
intossicazione da alcol o da altri sedativi ipnotici. Queste
sostanze potenziano gli effetti di altre sostanze depressogene
in particolare l’alcol. Dosi individuali non letali di
queste sostanze e alcol possono dare , quando combinate, una
depressione respiratoria fatale. Gli effetti fisiologici dei farmaci sedativo-ipnotici
I sedativi ipnotici ·
diminuiscono
la trasmissione degli impulsi nervosi ·
diminuiscono
il tempo di addormentamento e il sonno REM ·
diminuiscono
la pressione sanguigna e la frequenza cardiaca ·
diminuiscono
l’ampiezza e il tono delle contrazioni gastro-intestinali Gli effetti psicologici dei farmaci sedativi-ipnotici
Gli effetti soggettivi di queste sostanze variano
considerevolmente con la dose, l’ambiente e i tratti di
personalità dei soggetti che le usano. A basse dosi producono
disinibizione, euforia, diminuzione dell’ansia, visione meno
pressante, angosciante e immediata dei propri problemi.
L’assunzione per via venosa di BDZ, accompagnata da alcol può
produrre uno stato nel quale tutto passa e il soggetto non si
accorge di niente, non si ha coscienza, non si sa che cosa
succederà e qualsiasi cosa accadrà attorno al soggetto non
verrà vissuta e percepita. I segni dell'assunzione di farmaci sedativo-ipnotici
·
rallentamento
dell’attività mentale e psichica ·
impossibilità
a concentrarsi, confusione mentale ·
pesantezza
degli arti e instabilità nell’andatura ·
stanchezza,
difficoltà a parlare ·
sonnolenza
e torpore ·
rilassamento
muscolare L'intossicazione acuta da farmaci sedativo-ipnotici
E’
caratterizzata dal recente uso accompagnato dai seguenti
sintomi: ·
instabilità
dell’umore, irritabilità ·
disinibizione
sessuale e aggressività ·
linguaggio
con pronuncia indistinta, loquacità ·
mancanza
di coordinazione motoria ·
deficit
della memoria, dell’attenzione, della capacità critica ·
compromissione
delle attività sociali e lavorative L'astinenza da farmaci sedativo-ipnotici
L’astinenza si verifica dopo l’interruzione di un uso
prolungato e massivo degli ipnotici (barbiturici), o un uso più
prolungato di BDZ. I sintomi d’astinenza possono apparire in
pazienti mantenuti con dosi terapeutiche di BDZ, dovuti allo
sviluppo di tolleranza alla dose efficace iniziale. La
dipendenza farmacologica è stata documentata in soggetti
trattati con basse dosi di BDZ per sole sei settimane. Tali
effetti sono aumentati in soggetti con un compresente
alcolismo. L’inizio dell’astinenza alle BDZ può avere una
durata che va dalle 12 alle 14 ore per le BDZ con vita breve,
a 3-10 giorni per quelle a lunga durata d’azione.
In relazione all’importanza degli eventi che si hanno con
l’assunzione e quando compaiono convulsione, delirium,
psicosi, si parla di astinenza maggiore, la
quale comporta: ·
nausea ·
malessere
o debolezza ·
tachicardia
e ipertensione ·
sudorazione
e ipertermia ·
tremori
grossolani delle mani, lingua e palpebre ·
ansia
diffusa e insonnia iniziale
L’astinenza può anche essere complicata da:
·
dispercezioni
o ipersensibilità a stimolazioni sensoriali (visive,
olfattive, acustiche) ·
da
deficit della memoria a breve e a lungo termine ·
agitazione
psicomotoria ·
desiderio
di assunzione.
Il principio basilare dell’interruzione dell’assunzione è
sottrarre lentamente il soggetto al sedativo ipnotico,
controllando attentamente i segni e i sintomi per assicurare
una lenta graduale astinenza. Bisogna fare anche attenzione
alla possibilità di insorgenza di convulsioni dovuta ad
un’astinenza troppo rapida. Le strategie da utilizzare sono:
·
lento
scalare della sostanza che da dipendenza ·
sostituzione
con un agente a lunga durata d’azione e successiva graduale
riduzione. I
sintomi specifici dell’astinenza da barbiturici
·
aumento
del tono muscolare e contrazione ·
riflessi
tendinei rapidi ·
anoressia ·
crampi
addominali ·
pupille
dilatate ·
convulsioni
e possibile stato epilettico ·
psicosi
con allucinazioni visive e, meno frequentemente, uditive ·
confusione
e ideazione paranoica ·
delirium
(specialmente di notte, con disorientamento spazio-temporale) La dipendenza da BDZ
La dipendenza psicologica è la spinta a ripetere
l’assunzione di una sostanza, a prescindere dalla sua azione
farmacologica reale e specifica, per rivivere le esperienze e
le sensazioni legate al passato uso della sostanza e per
soddisfare le aspettative legate alla già sperimentata azione
della sostanza stessa.
La dipendenza da BDZ è difficile da quantificare poiché i
soggetti possono non conoscere o non voler ammettere la
quantità di farmaci che stanno assumendo. Inoltre i soggetti
possono diventarne dipendenti e sviluppare gravi sintomi
d’astinenza, anche dopo un periodo d’uso quotidiano di
dosi terapeutiche di alcune settimane. Nel caso delle BDZ il
fenomeno della dipendenza può essere così definito: moderata
dipendenza fisica e moderati fenomeni da sospensione
dell’uso, scarsa tolleranza, tendenza ad un’elevata
dipendenza psicologica. Nel trattamento con BDZ per dosi
terapeutiche si osservano evidenti ma non gravi fenomeni da
sospensioni, non vi è tendenza all’aumento dei dosaggi,
mentre vi è una tendenza a protrarre il trattamento anche
quando non vi sono ragioni cliniche evidenti che ne consiglino
la prosecuzione.
Il trattamento della dipendenza da BDZ dovrebbe essere sempre
individualizzato. Gli effetti sul SNC variano con: dosaggio,
durata d’uso, stato nutrizionale, livello di dipendenza. Una
completa disintossicazione dalle BDZ può richiedere fino a
sei settimane e i pazienti possono provare: ansia transitoria,
attacchi di panico, desiderio verso la sostanza fino a sei
mesi. In questa fase possono essere utili sedute di
rilassamento o biofeedback. Sindrome da sospensione di BDZ
E’ il fenomeno più evidente e tende ad essere maggiore e
intenso con la brusca sospensione, può manifestarsi in forma
attenuata anche nel corso di riduzione programmata del
dosaggio. Si manifesta più facilmente in seguito a
trattamenti prolungati, oltre i quattro-sei mesi, se sono
state usate dosi mediamente più elevate delle normali dosi
terapeutiche e se vi sono caratteristiche di personalità del
soggetto che lo predispongano all’assunzione di sostanze
senza indicazione terapeutica.
La sindrome da sospensione può fare la sua comparsa non solo
in condizioni di abuso o di cattivo uso di BDZ, ma anche in
alcune condizioni di normale uso terapeutico. Nella grande
maggioranza dei casi l’assunzione di BDZ a dosi terapeutiche
può essere sospesa o spontaneamente dal paziente o su
indicazione medica con uno scalaggio breve e senza particolari
fenomeni di rimbalzo. Per quanto riguarda la sintomatologia
psicofisica essa fa in genere la sua comparsa da uno a sette
giorni dopo la sospensione, in rapporto alla durata di azione
della BDZ usata. La durata della sintomatologia può variare
da una a quattro settimane in rapporto alla sua intensità e
al quadro clinico; i sintomi più frequenti sono l’insonnia
e l’ansia di rimbalzo. Altri sintomi possono essere:
irritabilità, ipersensibilità sensoriale, palpitazioni,
cefalea e dolori muscolari, sensazioni di caldo e di freddo.
In casi molto rari sono state descritte crisi di tipo
convulsivo, ma solo in seguito alla brusca interruzione di
dosaggi molto elevati. Le complicanze generali legate all'assunzione di BDZ
Le benzodiazepine possono intervenire sul normale livello di
attenzione e di capacità di percepire i pericoli e di
attivare le difese. Possono compromettere o eliminare la
capacità di critica e di indirizzo della propria vita. Le BDZ
danno forte dipendenza fisica e psicologica, sono difficili da
scalare, poiché riaffiorerebbero tutti i problemi per le
quali sono state assunte. Possono dare sonnolenza, scadimento
delle prestazioni psicointelletive, difficoltà di
coordinazione motoria, minor rendimento nelle attività
quotidiane, maggior rischio di infortuni o incidenti se
associate ad alcol e accentuazione di problemi al fegato.
L’overdose da benzodiazepine consiste in
coma con depressione respiratoria. Complicazioni frequenti
dell’overdose comprendono lo shock e aritmie cardiache. Gli antidepressivi
La storia
Agli inizi degli anni ’50, furono descritte casualmente le
proprietà euforizzanti del iproniazide, principio usato nella
terapia della tubercolosi il quale risultò poi efficace in
pazienti depressi. Dal iproniazide è derivata una delle
principali classi di antidepressivi: gli inibitorio
delle monoammino ossidasi (IMAO). Poi qualche anno più
tardi Kuhn riconobbe le proprietà antidepressive dell’imipramina,
sintetizzata da Thile e Holzinger alla fine del XIX secolo e
introdotta all’inizio in terapia psichiatrica come
antipsicotico. Proprio dall’imipramina è derivata l’altra
classe di farmaci antidepressivi, i triciclici (TCA),
così chiamati per la loro struttura molecolare. Ancora più
di recente, con il progressivo approfondimento delle
conoscenze sul meccanismo d’azione degli antidepressivi e
sui correlati biologici dei disturbi dell’umore, ai due
raggruppamenti iniziali si sono aggiunte sostanze a struttura
chimica eterogenea, definiti antidepressivi atipici
o di seconda generazione. Il più noto di questi ultimi è il
Prozac. Aspetti clinici
In generale i cosiddetti antidepressivi sono psicofarmaci
utili nel trattamento della sintomatologia depressiva. In
soggetti che non presentano disturbi di questo tipo, i farmaci
antidepressivi generalmente non danno alcun effetto
psicologico desiderabile, mentre possono comportare una
generale sensazione di fatica e alcuni sgradevoli effetti
collaterali. Per questo i farmaci antidepressivi non sono
oggetto di abuso tossicomanico.
In persone depresse, invece, gli antidepressivi si dimostrano
spesso capaci di migliorare il tono dell’umore, di sbloccare
l’inibizione psicomotoria tipica del depresso, di attivare
l’appetito e, in qualche caso, di moderare l’ansia del
soggetto. Gli
antidepressivi triciclici (TCA)
Questa classe di antidepressivi ha sostituito quasi per intero
gli antidepressivi IMAO. I TCA sono senza dubbio i farmaci
antidepressivi più usati. L’efficacia antidepressiva di
questi farmaci è stata ampiamente dimostrata da una serie di
studi clinici effettuati negli ultimi 25 anni. Alcuni TCA come
l’amitriptilina e la doxepina possiedono una maggiore
attività sedativa rispetto ad altri TCA, infatti vengono
impiegati specialmente negli episodi depressivi in cui è
notevole la componente ansiosa e/o l’insonnia.
Nella pratica clinica gli antidepressivi triciclici più usati
sono i seguenti:
Gli antidepressivi triciclici vengono usualmente utilizzati
nella terapia della depressione, a fronte di una
sintomatologia di questo tipo: ·
disinteresse,
stanchezza, difficoltà a concentrarsi ·
pensieri
tristi, voglia di piangere, sensi di colpa ·
insonnia ·
perdita
dell’appetito ·
perdita
del senso del valore di sé e della propria autostima, idee di
suicidio
Non si riscontrano significativi fenomeni d’abuso di questi
farmaci, perché il loro uso massiccio non comporta effetti
psicologici e fisiologici appetibili, comportando al contrario
effetti collaterali spiacevoli. L'intossicazione acuta da antidepressivi triciclici
I casi di sovradosaggio di antidepressivi triciclici possono
sfociare in un’intossicazione acuta, che può essere
valutata sulla base della quantità di farmaco assunta e dei
livelli plasmatici di principio attivo. L’ingestione di alte
dosi di antidepressivi triciclici provoca una sintomatologia
da intossicazione acuta (vedi sotto) e in alcuni casi anche la
morte (Surplix e Tofranil).
L’intossicazione acuta da TCA interessa in particolare il
cuore e il SNC, i sintomi tipici sono: ·
dilatazione
pupillare ·
agitazione
psicomotoria e stato confusionale ·
disartria
e convulsioni ·
paralisi
respiratoria e intestinale ·
cute
secca e arrossata, diminuzioni delle secrezione mucosa ·
gravi
aritmie cardiache ·
coma
Le interazioni farmacologiche dei TCA con altri psicofarmaci
sono molto pericolose. In particolare l’interazione fra TCA
e antidepressivi IMAO deve essere evitata per la possibile
insorgenza di convulsioni, ipertensione arteriosa, colassi
cardio-circolatori, morte improvvisa. Anche l’associazione
di TCA con antiparkinsoniani, antistaminici, alcuni
antispastici, deve essere evitata. I TCA aumentano inoltre
l’effetto sedativo sul SNC di alcol, barbiturici, BDZ, e
altre sostanze che deprimono il SNC. I TCA possono anche
potenziare gli effetti farmacologici delle amfetamine e di
farmaci ad attività amfetamino-simile. Sono stati riportati
casi di crisi ipertensiva ed emorragie cerebrali talvolta
fatali nei casi documentati di tali interazioni farmacologiche.
Il trattamento dell’intossicazione acuta da TCA deve essere
sempre effettuato in un’unità di terapia intensiva, il
soggetto intossicato deve essere quindi accompagnato il più
possibile rapidamente in ospedale. Gli antidepressivi di seconda generazione (atipici)
Vengono inclusi in questa classe i farmaci antidepressivi che
presentano le seguenti caratteristiche: 1.
introduzione
sul mercato farmaceutico più recente e in ogni caso
successivo a quello della maggior parte dei TCA più classici 2.
profilo
farmacologico, clinico e tossicologico differente rispetto ai
TCA. Questa
categoria di antidepressivi atipici (eterocicli) raccoglie un
gran numero di molecole, con effetti anche molto diversi. Come
abbiamo già detto, il Prozac è forse l'antidepressivo
atipico più noto. Gli
inibitori delle monoammineossidasi (IMAO)
Gli IMAO sono considerati farmaci antidepressivi ormai
obsoleti, sia perché la loro efficacia non si è mai
dimostrata superiore a quella dei TCA più conosciuti, sia
perché la loro maneggevolezza e tollerabilità è decisamente
inferiore a quella di altri farmaci antidepressivi. Questi
farmaci, un tempo largamente utilizzati nel trattamento della
depressione, agiscono con un meccanismo diverso da quello dei
TCA e degli altri antidepressivi. In Italia è al momento
presente sul mercato soltanto un IMAO, la tranilcipromina. I neurolettici (o antipsicotici)
La storia
Nei primi decenni del 900 la nascente ricerca farmacologica
individuò un colorante usato in biologia per colorare le
cellule: l’anilina. Così si trovò che un suo derivato, la
prometazina, possedeva interessanti proprietà sedative e
antiallergiche. La cloropromazina, derivata dalla prometazina
fu il primo prodotto decisamente efficace nel trattamento
delle psicosi. Henry Laborit scoprì che questa molecola,
inizialmente usata come sedativo, non era solamente sedativa
(come il Fargan), ma era in grado di indurre una specie di
particolare indifferenza agli stimoli ambientali senza
peraltro alterare lo stato di vigilanza. Proseguendo nelle
ricerche Delay e Deniker scoprirono come questo farmaco fosse
in grado di migliorare le condizioni dei pazienti psicotici.
Oltre all’effetto antipsicotico già a bassi dosaggi, la
cloropromazina (componente dei neurolettici) è stata a lungo
utilizzata per i suoi effetti antinausea, antivomito,
antivertigine, alcuni tipi di somatizzazione e di cefalea.
Grazie all’enorme successo commerciale della clorpromazina
la ricerca dei nuovi neurolettici era comunque avviata,
infatti nel giro di una decina di anni si giunse
all’individuazione e alla messa a punto di quasi tutte le
maggiori classi di prodotti antipsicotici di cui disponiamo
attualmente.
La ricerca ci ha portato ora a disporre di una ventina di
diverse fenotiazine, prodotti assai simili strutturalmente
alla clorpomazina. Oltre alle fenotiazine troviamo quindi
tioxanteni, le dibenzazepine, butirrofenone,
difenilbutilpiperidine ed altre ancora. Tutti questi farmaci
possono produrre effetti collaterali articolari costituiti da
tremori, rigidità, riduzione della mimica facciale. Aspetti clinici
Gli antipsicotici presentano un’azione prevalentemente antidelirante e antiallucinatoria e non sono dei tranquillanti maggiori "supersedativi", come alcuni credono. Vengono impiegati prevalentemente per la terapia della schizofrenia e di altre manifestazioni psicotiche. Possono essere somministrati per via orale, intramuscolare, e per via venosa.
Assunti a dosaggi adeguati riducono il delirio, le
allucinazioni (le voci), i comportamenti devianti degli
psicotici, favorendone il reinserimento sociale. Assunti da un
soggetto non psicotico, non producono uno stato di sedazione
quanto piuttosto una estrema indifferenza agli stimoli
ambientali e un fortissimo appiattimento emotivo. Non inducono
né assuefazione né dipendenza, non sono particolarmente
tossici, ma possono produrre però importanti e consistenti
effetti collaterali: riduzione della mimica facciale, rigidità
e tremori muscolari simili al morbo di Parkinson. Gli effetti collaterali e tossici dei
neurolettici
L’indice terapeutico dei farmaci antipsicotici (il rapporto
tra la dose sicuramente tossica o letale e la dose impiegabile
a scopo terapeutico) è in genere estremamente elevato. Quindi
quasi impossibile che un paziente in buona salute, possa
riuscire a suicidarsi utilizzando unicamente queste sostanze.
L’intento suicida si realizza quando i soggetti assumono
grandi quantità di farmaci diversi: barbiturici,
antidepressivi, sali di litio, alcool. In tal caso è utile
portare il soggetto in ospedale.
Gli effetti collaterali, tranne quelli extrapiramidali sono in
genere più fastidiosi che pericolosi. Gli effetti collaterali
più frequentemente osservati sono: pesantezza del capo,
torpore, debolezza, senso di svenimento, secchezza della bocca
e difficoltà di accomodazione visiva, impotenza, stitichezza,
difficoltà urinarie, sensibilizzazione della pelle
(alterazione del colorito e comparsa di eruzioni cutanee),
alterazione del ciclo mestruale, tendenza all’ingrassamento,
aumento della temperatura corporea, sbalzi di pressione
sanguigna, drammatico calo di globuli bianchi. Possono
accentuare la tendenza alle convulsioni i pazienti epilettici.
Si nota un potenziamento reciproco dell’effetto negativo,
quando i neurolettici vengono amministrati in associazioni con
altri farmaci come gli ansiolitici, gli ipnotici, droghe come
gli oppiacei e l’alcool. Alcuni antiacidi,, i succhi di
frutta, il tea e il caffè possono ridurre l’assorbimento di
molti neurolettici. Molti neurolettici possono d’altra parte
ridurre l’effetto di alcuni prodotti anticoagulanti. Gli effetti extrapiramidali
Rigidità dei muscoli e dei movimenti, mancanza di espressività
del volto, irrequietezza motoria, lentezza o blocco dei
movimenti, movimenti involontari o semivolontari rapidi simili
a tic, lente contorsioni muscolari della lingua, volto, collo,
il tronco, muscoli della deglutizione e della respirazione,
rallentamento della ideazione e dei riflessi.
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